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Al filosofo John Locke, così come ad altri pensatori quali Thomas Hobbes e René Descartes, viene spesso imputato da parte dell’etica sociale cattolica di aver mal compreso la tradizione della legge naturale, di aver dato voce a delle idee sulla natura dell’uomo non in linea con la parola della Bibbia, e di aver in generale secolarizzato la moderna riflessione politica propria dell’Occidente.

Persino di fronte a queste gravi responsabilità, l’influenza di Locke sulla moderna concezione della libertà è sicuramente profonda, così come a lui è assicurato un posto all’interno della tradizione del pensiero liberale classico.

Proprio a causa di una così controversa immagine legata alla sua figura, sicuramente la sua vita e il suo pensiero meritano di essere visti da più vicino.

Nato nel Somerset, in Inghilterra, nel 29 agosto del 1632, Locke compì i suoi studi ad Oxford, per giungere alla fine a laurearsi in medicina. La sua professione di medico lo portò a stringere amicizia con Lord Ashley, il futuro primo Conte di Shaftesbury. In seguito fece riparo in Francia, ma allorché il suo mecenate cadde in discredito agli occhi del governo inglese, fu costretto a fuggire in Olanda, dove visse in uno stato di clandestinità e sotto falsa identità.

Questa vita clandestina gli fu fatale, poiché venne coinvolto nel complotto che mirava ad insediare sul trono il taciturno duca olandese, Guglielmo d’Orange, in ciò che sarebbe poi passata alla storia come la Gloriosa Rivoluzione. Dalla riflessione su questo punto di svolta nella storia costituzionale inglese nascerà l’opera più famosa di Locke, Two Treatises of Government, che verrà in seguito usata come manifesto ideologico per gli eventi politici legati alla rivoluzione.

Oltre a dare un suo contributo alle idee sul governo della legge, la separazione dei poteri, e lo Stato ad autorità limitata, anche le tesi sostenute da Locke in favore della tolleranza religiosa, espresse molto chiaramente nelle sue Letters Concerning Toleration, sono state d’importanza fondamentale. Come un commentatore ha sintetizzato una volta il pensiero di Locke, “Noi abbiamo il diritto alla libertà di religione poiché la stessa natura della fede viene contraddetta dalla coercizione”. Locke osservava a ragione che la mente “non può essere costretta da una forza esterna a credere in qualcosa,” ma le leggi, in definitiva, sono sostenute con l’ausilio della forza. Ad ogni modo, una tale coercizione non è conciliabile con una fede religiosa vissuta in modo autentico. Locke sentenzia così, “L’autorità del magistrato non si può spingere fino al punto di stabilire ogni articolo di fede, oppure ogni forma di culto, con l’ausilio della forza delle leggi che egli emana. Poiché le leggi che non contemplano delle pene non hanno assolutamente nessun valore, e le pene in questo contesto sono del tutto fuori luogo, poiché non sono adatte a convincere le menti.” Le Letters Concerning Toleration col passare del tempo sarebbero diventate, all’interno delle colonie americane, la fonte primaria d’ispirazione per quei principi di libertà religiosa di più ampia portata (riconosciuti anche ad ebrei e cattolici della Chiesa romana, ai quali diversamente venivano negati da parte di Locke) che confluiranno nella Virginia Declaration of Religious Freedom.

Fonti: John Locke: A Letter Concerning Toleration (a cura di James H. Tully), Hackett Publishing, 1983, e Jim Powell The Triumph of Liberty, The Free Press, 2000.